La parola pubblica (e politica)

La politica, e la sua parola, contano ancora molto, altro che. E’ vero che la questione del maltrattamento e della disumanizzazione e desacralizzazione della vita, a partire dall’aborto, con le sue struggenti complicazioni esistenziali, in teoria si presta meglio a un’omelia, a una conferenza culturale, a un saggio filosofico, a una campagna per così dire “specialistica” o di coscienza, riparata dal tumulto delle passioni.
12 APR 08
Ultimo aggiornamento: 01:25 | 24 AGO 20
Immagine di La parola pubblica (e politica)
La politica, e la sua parola, contano ancora molto, altro che. E’ vero che la questione del maltrattamento e della disumanizzazione e desacralizzazione della vita, a partire dall’aborto, con le sue struggenti complicazioni esistenziali, in teoria si presta meglio a un’omelia, a una conferenza culturale, a un saggio filosofico, a una campagna per così dire “specialistica” o di coscienza, riparata dal tumulto delle passioni. Ma questa nostra iniziativa povera, minoritaria e follemente ambiziosa, ha dimostrato ancora una volta, e stavolta in una forma piuttosto drammatica, che il campo di battaglia della rappresentanza, o se volete del potere, della leadership, è il fondale di teatro giusto per idee non esornative, per quegli argomenti “delicati” che in genere lì si evitano, e a forza di evitarli diventano preda di un senso comune disfatto, abitudinario, irriflesso, e alla fine stupido e vizioso. E’ stato certamente più comodo vincere un referendum con i vescovi ribellatisi alle conseguenze più miserabili del secolarismo ideologico, più confortevole e garantito che non combattere da soli, con una brigata di pazzi, nell’azzardo elettorale di “Aborto? No, grazie”. Ma sul piano del metodo la moratoria internazionale contro l’aborto di stato sessista, contro l’eugenetica e la deriva banalizzante dell’aborto libertario, è in perfetta continuità con la manifestazione di riconsacrazione dell’occidente sotto attacco, quella a cui trascinammo una folla dopo l’11 settembre, o con le due manifestazioni per l’esistenza di Israele e contro l’antisemitismo di stato di Ahmadinejad. Quando il tempo in cui si vive provoca, può succedere che un piccolo gruppo animato da passione intellettuale e politica risponda alla provocazione. Con effetti comunque significativi, oltre il cinismo e senza alcun fanatismo.
Passare dalla carta stampata o dal computer alla strada, alla piazza, al teatro, al palchetto dei comizi, addirittura nella contesa per il sacro voto di appartenenza, nel tentativo di forzare le abitudini e mettere in ballo questioni considerate inaudite, e fare tutto questo senza perdere il timbro non professionale dell’azione extrapolitica, incrociando comizio e omelia, antagonismo e conferenza culturale, filosofia e agenda del quotidiano, partigianeria e cittadinanza, tutto questo è il piccolo contributo che è stato possibile dare da parte di un quotidiano che non è nato per il quieto vivere professionale e che non ha mai creduto alle grossolane e spesso ipocrite distinzioni tra giornalismo e politica.